Raccomandazioni per la redazione di progetti e l'esecuzione di interventi per la conservazione del costruito archeologico

Raccomandazioni per la redazione di progetti e l'esecuzione di interventi per la conservazione del costruito archeologico
Autore
S. D’Agostino, Cairoli F. Giuliani, M.L. Conforto, E. Guidoboni
Soggetto
Conservazione
Tipo
Monografie

Dati bibliografici

Raccomandazioni per la redazione di progetti e l'esecuzione di interventi per la conservazione del costruito archeologico / S. D'Agostino ... [et al.]
Recommendations for drawing up projects and carrying out interventions for the conservation of the archaeological built heritage / S. D'Agostino ... [et al.]
Napoli : Cuzzolin, 2009
111 p. : 24 cm
[ISBN] 978-88-87479-10-2

Descrizione

La preoccupazione per la conservazione del patrimonio archeologico "immobile", i monumenti dell'Antichità, è ormai da secoli uno dei tratti caratteristici di quella "cultura della tutela" che, forse con un po' di esagerazione ma certamente non a torto, consideriamo uno dei vanti principali del nostro Paese; anzi è certamente vero che è stato proprio il suo sorgere in Italia, alla fine del Medioevo, più ancora che il fenomeno del collezionismo, uno dei segni che una nuova epoca ed una nuova cultura, quella umanistica, stava sorgendo in Europa. Da allora per secoli artisti, architetti, ingegneri, antiquari, si sono impegnati nello sforzo di capire quali delle strutture antiche che la continua trasformazione del territorio riportava alla luce fossero meritevoli di conservazione e come ciò potesse essere realizzato al meglio con le conoscenze tecniche moderne. La rivoluzione industriale con la cultura dell'acciaio e del cemento e la creazione di nuovi materiali sintetici, ha introdotto in questo processo un elemento di discontinuità rispetto alla tradizione - derivata direttamente dall'antichità - della pietra e del mattone legati con la calce, da un lato creando grandi aspettative e permettendo imprese inimmaginabili, ma dall'altro producendo anche pesanti disillusioni e non pochi guasti. Inoltre lo stesso fattore dell'ambiente, per secoli considerato una variabile indipendente, ha mostrato di non esserlo affatto: ed ormai con un'accelerazione percepibile, nelle nostre città inquinate, nei tempi di una sola vita umana, anzi di anni o pochi decenni. Con l'estendersi della cultura di massa, l'uso turistico delle strutture antiche, più o meno intenso, è entrato ormai anch'esso in gioco e va inquadrato in una dimensione territoriale che supera gli stretti confini del recinto archeologico.
Si tratta di temi che ogni archeologo di Soprintendenza ha prima o poi dovuto affrontare nel suo lavoro, che prevede - e giustamente - che egli abbia una visione olistica dell'Antico, sia dei monumenti sia delle testimonianze mobili; questo non significa affatto che egli debba essere anche un po' architetto, un po' ingegnere, un po' geologo, un po' sismologo, o quant'altro. Solo che abbia una percezione della complessità dei problemi che la conservazione e la fruizione dei monumenti antichi comporta e sappia dialogare con le competenze tecniche necessarie. La recente esperienza di terremoti con cui molti di noi si sono dovuti misurare rende ancora più attuali questi problemi.

Sono perciò molto lieto di presentare al mondo degli archeologi, architetti ed esperti delle Soprintendenze archeologiche (ma non solo di queste) questo contributo redatto dai membri, professionisti di notissima e provata esperienza, di una Commissione tecnica istituita alcuni anni orsono dal nostro Ministero in vista della pubblicazione di linee guida per il consolidamento e il restauro delle strutture antiche (ma evidentemente anche quelle post antiche e moderne) allo stato di rudere. Non si tratta, come apparirà evidente alla lettura, di un ricettario tecnico di soluzioni; piuttosto di una "check list " di problemi che ogni progettista chiamato ad affrontare il restauro e il consolidamento di tali monumenti dovrebbe avere in mente. Prima di farne una circolare lo si è voluto offrire ad una prima meditazione dei colleghi, anche stranieri (donde l'edizione in inglese), attraverso il sito web della Direzione per le Antichità. Speriamo di suscitare numerose reazioni e commenti e di poter raccogliere e tradurre in strumenti operativi i frutti di questa discussione; se ciò avverrà, ne saremo molto soddisfatti e parimenti gli Autori, cui va comunque fin da ora il nostro più sentito ringraziamento per il loro generoso impegno.

Stefano De Caro
Direttore generale per le antichità

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Commenti pervenuti e recensioni

martedì 03/08/2010 21:10

Si ringrazia vivamente gli autori per queste preziose raccomandazioni rivolte a chi opera sui beni culturali ed in particolare sul restauro e la conservazione del costruito archeologico. Raccomandazioni che mi sembra siano state recepite, grazie alla nuova legislazione, quando si interviene, nella zone considerate a rischio sismico, nel restauro dei monumenti sopravvissuti talvolta anche all'ingiuria del tempo e all'incuria dell'uomo. Un agevole manuale di raccomandazione che ho avuto modo di conoscere grazie al fortunato incontro con uno degli autori, Emanuela Guidoboni, coinvolta dal nostro Ufficio nella lettura di un sito archeologico (Montegibbio di Sassuolo - MO) che è stato oggetto in età romana di un evento catastrofico, forse un terremoto, che ha causato la distruzione prima di un santuario e poi di una villa urbano rustica. Un manuale di raccomandazioni che il nostro Ministero dovrebbe segnalare a tutti i funzionari e a tutti i tecnici che operano nel settore ivi compresi gli architetti, gli ingegneri e le ditte di restauro che operano sui beni culturali. Per quanto mi è stato possibile il manuale l'ho fatto conoscere ai membri dei Comitati Scientifici sul restauro del Duomo e della Ghirlandina di Modena, che stanno valutando nel complesso la vulnerabilità dei monumenti. Nel ringraziare gli autori per la redazione di queste raccomandazioni mi preme segnalare che per quanto attiene la conservazione del costruito archeologico, sarebbe auspicabile che tra le raccomandazioni figurino anche quelle del mantenimento nelle strutture archeologiche dei segni e delle ferite delle antiche catastrofi, per capirne le cause e mostrarle a tutti come esempio e monito affinché la prevenzione possa finalmente sconfiggere il fatalismo di antica memoria. .
Donato Labate - (Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna)

lunedi 21/05/2010 16:48

Desidero complimentarmi con gli Autori: ho trovato il volume di grande valore tecnico-scientifico e apprezzabile soprattutto per la sua essenzialità. Come geologa, non posso che condividere l'importanza attribuita alla caratterizzazione del contesto territoriale che ospita il manufatto archeologico, coinvolgendolo nelle sue trasformazioni. A tal proposito mi preme segnalare che già da alcuni anni io ed il Dott. Di Capua (dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) abbiamo predisposto uno strumento schedografico per il rilievo delle caratteristiche geologiche, morfologiche, geotecniche, idrologiche e degli elementi di pericolosità naturali e antropiche in aree archeologiche. La sua principale finalità è quella di permettere il rilievo e la sintesi delle caratteristiche di pericolosità del sito, utile per un confronto tra siti diversi, con l'obiettivo di una migliore allocazione delle risorse destinate alla loro tutela: pertanto una finalità di "programmazione economica e prevenzione". La seconda è una finalità di "conoscenza": la codifica omogenea di informazioni geologiche per un determinato sito archeologico ha un evidente valore scientifico e culturale, spendibile sul piano della sua fruibilità. La scheda nasce sulla base dell'esperienza maturata nell'ambito degli studi di vulnerabilità e di analisi del danno al patrimonio monumentale sviluppati in diversi progetti nazionali. Al momento è in fase di elaborazione un criterio che consenta di passare da valutazioni di tipo qualitativo ad una stima quantitativa della pericolosità a cui il singolo manufatto archeologico o il sito archeologico è sottoposto in virtù della sua ubicazione in un certo territorio. Resto a disposizione per dettagli e chiarimenti, suggerendo la possibilità di un incontro con gli Autori per una discussione, qualora la scheda risulti di interesse. .
Dott.ssa Silvia Peppoloni (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - Roma)

giovedì 15/04/2010 12:22

Il commento che inserisco riguarda uno scavo in cui si evidenzia l'importanza dell'aspetto conoscitivo e della ricerca per una nuova importante branca di conoscenza e di tutela che è l'archeosismologia. Infatti alcune volte si possono vivere esperienze lavorative particolari e fortunate, che permettono di arricchire se stessi e gli altri, nel rispondere ai molti interrogativi che uno scavo archeologico alimenta. Nella zona montana del modenese, a Montegibbio, uno scavo condotto per un periodo di 4 anni, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Emilia Romagna (Dott. L. Malnati, Dott. D. Labate), ha messo in luce un abitato pluristratificato; l'arco cronologico dell'insediamento è compreso tra l'età protostorica ed il tardo antico, sebbene le evidenze strutturali più consistenti siano riferibile ad una villa urbano rustica di età romana.

Ma ciò che rende questo sito molto interessante sono due particolarità: la probabile esistenza di un'area di culto, dedicata a Minerva, la cui origine forse è inquadrabile in pre-romana e la distruzione, ad opera di un evento sismico, della villa di I sec. d.C.: i pavimenti in opus signinum sono strappati, ondulati e sprofondati per un metro dal loro originario piano di posa, i muri sono sconnessi in forme serpentine. Alla comprensione di ciò che può rappresentare lo scavo di Montegibbio per l'arricchimento delle conoscenze della storia archeologica dell'Emilia contribuiscono non solo gli archeologici e gli storici, ma anche studiosi di scienze non umanistiche quali archeosismologi (Emanuela Guidoboni, INGV sede di Bologna), geologi ( M. Pellegrini e F. Ronchetti, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Lisa Borgatti, Università degli Studi di Bologna), petrologi (Stefano Lugli, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) chimici (P. Baraldi, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) e botanici (C. Accorsi, G. Bosi Orto Botanico dell'Ateneo di Modena e Reggio). Il tentativo è quello di realizzare un ambizioso progetto per creare un laboratorio di studi interdisciplinari in grado di affrontare e risolvere tutte le questioni correlate ad uno scavo archeologico, che in questo caso, risulta molto interessante, sia per motivi strettamente storici e archeologici sia geologici-sismologici. La collaborazione di più discipline consentirà, al termine del lavoro, di raggiungere una comprensione dei dati emersi il più completa possibile. La creazione di un laboratorio di questo tipo è ovviamente realizzabile con più facilità in cantieri in cui vi è la libertà di poter studiare ed approfondire gli aspetti della ricerca e successivamente della conservazione. Purtroppo, chi lavora sul campo, in cantieri di emergenza, si rende conto delle difficoltà intrinseche e difficilmente superabili per trasformare ogni scavo in un ottimo laboratorio interdisciplinare, in cui la conoscenza scientifica sia sempre integrata in tutti i suoi aspetti.
Francesca Guandalini (Coordinatore sul campo dello scavo di Montegibbio, Modena)

mercoledì 31/03/2010 11:41

Recensione in "Restauro archeologico", Bollettino del DIRES, Dipartimento di Restauro e conservazione dei beni architettonici dell'Università di Firenze, 2/2009, pp. 7, 8.
Luigi Marino, Direttore del Corso di Perfezionamento in Restauro archeologico (conservazione e manutenzione dei manufatti architettonici allo stato di rudere).

A seguito degli eventi sismici degli anni '70 e '80, il Comitato Nazionale per la Prevenzione del Patrimonio Culturale dal rischio sismico avvertì l'esigenza di promuovere un diverso approccio culturale, redigendo nel 1986 le "Raccomandazioni relative agli interventi sul patrimonio monumentale a tipologia specialistica in zone sismiche", e nel 1989 le "Direttive per la redazione ed esecuzione di progetti di restauro comprendenti interventi di ‘miglioramento' antisismico e ‘manutenzione' dei complessi architettonici di valore storico-artistico in zona sismica", che riservano uno specifico paragrafo ai beni archeologici. La loro applicazione, purtroppo, è stata sostanzialmente disattesa, né sono stati elaborati nuovi ed efficaci documenti. Nel 2007 il MiBac, con il parere favorevole del Consiglio Superiore dei LL.PP., ha pubblicato le "Linee guida per la valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale" che però non contengono riferimenti espliciti ai beni archeologici. Un recente strumento di elevato orientamento metodologico sono le "Raccomandazioni per la redazione di progetti e l'esecuzione di interventi per la conservazione del costruito archeologico" curate da S.D'Agostino, Cairoli F.Giuliani, M.L.Conforto e E.Guidoboni, tra i più attenti e, senza dubbio, impegnati da tempo nel campo della conservazione. Sono state pubblicate in italiano e in inglese dall'editore Cuzzolin, Napoli 2009. E' possibile scaricarle dal sito del MiBac (www.archeologia.beniculturali.it). I resti di manufatti architettonici costituiscono archivi di documenti di storia materiale e quindi una fonte di conoscenza storica. L'uso di leggi statiche intuitive, di tecniche lungamente sperimentate e di modelli costruttivi ripetibili fanno di questi manufatti anche l'archivio della storia del costruire e quindi una fonte imprescindibile di conoscenza per la progettazione degli interventi di conservazione. Il rudere subisce un processo di consunzione anche se parziale, tuttavia irreversibile, che può essere rallentato da una corretta utilizzazione degli strumenti forniti dalla tecnologia. In molti casi le indeterminazioni che caratterizzano il rudere sono limitate, mentre la lettura del monumento diventa più complessa e si arricchisce per le notevoli stratificazioni storiche, quasi sempre leggibili. La valutazione del rischio (basato sostanzialmente sulla relazione fra pericolosità, vulnerabilità e valore del bene esposto) si basa sulla conoscenza delle diverse cause che possono aver provocato il deperimento del manufatto antico. In particolare, è necessario conoscere le diverse pericolosità ambientali delle aree archeologiche, ovvero avere una buona conoscenza della frequenza e della grandezza di eventi di origini naturali o antropiche che possono aver interessato tali aree in tempi storici e poter valutare la loro incidenza in futuro. Gli aspetti da prendere in considerazione suggeriti riguardano: aspetti geologici e morfologici, strutturali, geotecnici, idraulici, ambientali e geografici, sismici, meteorici, termo igrometrici e antropici. Evidentemente vanno tenute in considerazione la vulnerabilità intrinseca (legata alla concezione costruttiva del manufatto e ai processi di modificazione avvenuti nel tempo) e quella aggiunta (causata dallo stato di degrado). L'esperienza dei recenti terremoti ha dimostrato che solo raramente la vulnerabilità intrinseca è causa di danni rilevanti e cioè è una chiara conseguenza di due fattori. In primo luogo il costruito storico ha sopportato durante la sua lunga vita molte crisi sismiche che hanno eliminato o ridotto a ruderi le costruzioni affette da difetti "congeniti". In secondo luogo l'edilizia storica, e in particolare quella monumentale, è stata realizzata secondo una concezione di durabilità infinita, quale simbolo da trasmettere alle generazioni future. La vulnerabilità intrinseca esprime, allora, la filosofia della sicurezza delle società del passato. Le Raccomandazioni tengono conto e rispettano le normative vigenti ma fanno osservare come queste siano prescrizioni contingenti destinate a modificarsi nel tempo mentre il rudere archeologico è un documento che si vorrebbe imperituro e non può essere assoggettato a continui burocratici adeguamenti. La specificità del contesto archeologico suggerisce indicazioni progettuali articolate e operazioni tecniche di intervento specifiche in relazione anche alle singolarità che derivano dal fatto che il rudere sia costituito da grandi rovine fuori terra oppure da resti meno complessi che provengono da scavi. Vengono presi in considerazione le fondazioni, le murature in elevato, pilastri e colonne, incatenamenti e tirantature, archi e volte, solai, tetti tenendo in debito conto gli aspetti relativi alla diagnostica e ai materiali, la difesa dall'umidità e controllo del microclima, le superfici, i sistemi di protezione e gli interventi di emergenza. Importanti sono le osservazioni e le indicazioni sulle operazioni di esecuzione dei lavori e della manutenzione programmata (compresi appalti e direzione dei lavori) e di consuntivo scientifico.

giovedì 21/01/2010 13:06

Osservazioni sulle raccomandazioni.
Ho letto con molto interesse questo agile volume, che con linguaggio chiaro ed efficace sottolinea i punti fondamentali ed irrinunciabili della pratica e della teoria del restauro. Come archeologa operante sul terreno ho trovato importante il richiamo alla interdisciplinarietà, sin dall'organizzazione dei cantieri, in quanto solo il confronto fra le diverse competenze può portare ad un risultato soddisfacente, sul piano della conservazione del costruito storico, tanto nelle più appariscenti evidenze monumentali quanto nelle strutture più modeste, ugualmente significative, anche come archivio storico del materiale, come viene sottolineato. In particolare sono importanti i riferimenti al mattone crudo, la cui conservazione pone grandi problemi. ed è lontana dall'aver trovato soluzioni soddisfacenti. La elaborazione di un progetto definitivo prima dell'inizio dei cantieri - e tanto più in quelli di lunga durata dovrebbe diventare pratica comune di ogni attività sul terreno, anche per ragioni di sicurezza: la formazione dei giovani archeologi - e non solo - in questo campo è infatti troppo disinvoltamente lasciata all'iniziativa personale.. In questo ambito rientra anche l'analisi degli ‘agenti di distruzione' e, in questo campo è di particolare interesse il ridimensionamento, tra le cause di degrado e/o distruzione, del rischio sismico. Anche in questo caso, richiamare l'attenzione sulla necessità di una diagnostica attenta ai molteplici rischi e agenti è indispensabile per una corretta impostazione degli interventi sia di scavo che di conservazione. In conclusione, gli Autori propongono un utile e concreto strumento di riflessione, sul quale la discussione potrebbe portare ad interessanti ulteriori approfondimenti.
Raffaella Pierobon Benoit

giovedì 21/01/2010 13:02

Finalmente un testo concreto, con indicazioni concrete quanto mai chiare e significative per chi, come noi archeologi da campo, ci troviamo quotidianamente a combattere con il degrado delle strutture antiche. E' poi motivo di grande soddisfazione riscontrare il "rispetto" assoluto del monumento; ben conoscendo l'esperienza e le idee degli autori del libro non meraviglia trovare la conferma e l'assoluta chiarezza nel rapporto con il costruito antico; dal mio punto di vista, mi sembra l'elemento più significativo e rilevante; siamo purtroppo abituati ad interventi, sul monumento antico, che il più delle volte lascia segni indelebili di operazioni e scelte non proprio dettate dalla conoscenza integrale e dalla mappatura delle evidenze così come suggerito dalle "raccomandazioni"; l'assunto della conoscenza integrale, alla base di qualsiasi intervento, credo costituisca un valore ed un'affermazione innovativa e di grande portata nella storia del restauro del costruito antico. Con i più vivi complimenti e nella speranza che la comunità scientifica e professionale possa accogliere nella piena totalità queste "raccomandazioni"
Giovanna Greco
(P.O. di archeologia classica presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli studi di Napoli, Federico II)

domenica 17/01/2010 15:29

L'obiettivo di fornire alle Soprintendenze Archeologiche uno strumento operativo atto a rendere coerenti e omogenei gli interventi di salvaguardia, manutenzione e conservazione del costruito archeologico è in sé apprezzabile, in un campo che mal si presta a generalizzazioni e che ha portato a privilegiare la legge del "caso per caso", producendo troppo spesso arbitrii e contraddizioni.
Nella consapevolezza dell'importanza che potrebbe avere un riferimento condiviso, per quanto di carattere non cogente ma "di consiglio", vorrei ricordare che l'UNI ha prodotto alcune norme sulla qualificazione del progetto edilizio che - ovviamente nel metodo e non nel merito - contengono numerosi spunti utili anche agli interventi sul costruito con valore culturale. Mi riferisco in particolare alla Norma UNI 11150 del 2005, Qualificazione e controllo del progetto edilizio per gli interventi sul costruito, che nella Parte I Criteri generali, terminologia e definizione del documento preliminare alla progettazione, contiene la seguente definizione di restauro: Combinazione di tutte le azioni tecniche, amministrative ed organizzative, incluse le attività analitiche, che intervengono sul costruito tutelato, finalizzate a mantenere le informazioni contenute nell'edificio e nelle sue parti, l'integrità materiale e ad assicurarne la conservazione e la protezione dei suoi valori culturali.
A parte ciò, vorrei aggiungere che la lettura delle Raccomandazioni è interessante e suscita il desiderio che questo documento, costituendo quasi un quadro d'insieme per un riferimento generale, possa essere seguito da approfondimenti su alcuni aspetti più circoscritti. Uno di questi, che a mio avviso meriterebbe di essere ampliato rispetto a quanto si riscontra nelle Raccomandazioni, è sicuramente la manutenzione, che riguarda il costruito archeologico ma anche il contesto in cui esso è inserito, gli elementi aggiunti per la fruizione e la protezione dei manufatti e dei visitatori, senza trascurare tutte quelle aggiunte ed integrazioni che la materia originaria ha subito in successivi interventi.
Potrebbe essere riduttivo considerare la manutenzione come operazione tecnica: al contrario, essa comprende un insieme di attività anche amministrative, organizzative e analitiche, al di fuori delle quali non si può concretamente pensare alla sua programmazione.
Le Raccomandazioni giustamente prevedono che il progetto esecutivo debba comprendere il piano di manutenzione (p. 37); segnalo che il Regolamento attuativo della Legge Merloni contempla indicazioni sulla manutenzione programmata al livello definitivo della progettazione dello scavo archeologico e che invece esclude per queste opere il livello esecutivo, così come per i lavori di manutenzione (in ciò è ravvisabile un limite del testo normativo).
Le Raccomandazioni in alcuni punti parlano di manutenzione ordinaria e straordinaria, ma queste aggettivazioni - essendo codificate solo con riferimento all'edilizia e per categorie di intervento molto discutibili anche per un edificio comune (L. 457/78) - possono risultare fuorvianti se non accompagnate da definizioni che circoscrivano esattamente cosa queste operazioni possano o non possano prevedere sul costruito archeologico.
Infine, ma non per ultimo, vorrei complimentarmi con gli Autori per l'ingente sforzo di sintesi che hanno compiuto per una materia vastissima e per lo spirito di condivisione che li ha spinti a raccogliere commenti sul loro lavoro.
Maria Luisa Germanà
Facoltà di Architettura, Dipartimento Progetto e Costruzione Edilizia, Università di Palermo
mluisa.germana@unipa.it


Mi farebbe molto piacere che in un testo come questo, che dà le linee-guida per la redazione di progetti per la conservazione del costruito archeologico fosse più chiaramente menzionata (e anche sottolineata) l'importanza di includere nel progetto stesso un piano di monitoraggio delle condizioni dei manufatti, al fine di rendere programmabile, sulla base di dati obiettivi, la periodicità degli inevitabili interventi di manutenzione.
Cordialmente,
Marisa Laurenzi Tabasso

domenica 13/12/2009 18:57

Il testo rappresenta un utile supporto per la progettazione di interventi. Approfitto di questa circostanza per segnalare (proporre) l'applicazione non invasiva delle microonde per la disinfestazione di strutture murarie.
La bonifica di una cinta muraria attraverso l'uso della tecnologia delle microonde evita ogni tipo di azione invasiva (perforazioni, scheggiature o abrasioni) ma soprattutto evita l'uso di pesticidi.
Il beneficio, conseguente all'intervento, è praticamente immediato; la disinfestazione profonda delle mura da microrganismi, dalle erbe e dagli arbusti, avviene in maniera naturale o può essere accelerata con la semplice rimozione degli stessi, senza causare alcun danno alla struttura.
Tale applicazione delle microonde alla frequenza industriale di 2,45 GHz, dopo svariate prove di laboratorio, è stata applicata a una pregevole statua lignea.
Ci si augura di poter realizzare quanto prima un intervento su costruito archeologico.
Bruno Bisceglia
Department of Information and Electrical Engineering
Via Ponte Don Melillo - 84084 Fisciano (SA) Italy
bbisceglia@unisa.it +39 3287041900

mercoledì 02/12/2009

E' sotto gli occhi di tutti l'importanza culturale ed operativa delle "Raccomandazioni" redatte; da Esperti (e si vede!) in numero estremamente giusto, capace cioè di assicurare completezza e rigore all'intero documento. Il risultato salta agli occhi e già in molti hanno o avranno modo di sottolinearlo.
Le raccomandazioni rappresentano infatti un utile contributo alla elaborazione di progetti per la conservazione del costruito archeologico: una definizione relativamente nuova che comprende una vastissima gamma di casi concreti, esaminati sia come esempi isolati e lontani dalla città, sia quali esempi che sono - o per vari motivi vengono a trovarsi - immersi in un contesto urbano. Lo scritto, preciso e scorrevole ma pragmatico, a prima vista sembra non presentarci situazioni o soluzioni particolarmente inedite o innovative rispetto all'ormai immensa letteratura - anche recente - sulle basi della moderna conservazione; problemi che per molti versi (e malgrado le tante varianti interpretative e ideologiche delle varie scuole di pensiero in Italia e all'estero) si riconoscono ancora nella Carta di Atene, in quella del restauro e nel concetto - relativamente recente - di autenticità. Di inedito e innovativo c'è invece un rigoroso aspetto metodologico e la severa conferma di alcuni principi ineluttabili sullo scopo ultimo - che è essenzialmente culturale - dell'intervento conservativo.
Dalla lettura derivano alcune brevi riflessioni.
L'azione materiale di salvataggio di un reperto archeologico non consta esclusivamente nel garantire il prolungamento di vita o la sopravvivenza fisica di quel particolare oggetto ma (direi soprattutto) nell'arricchire ogni volta il nostro bagaglio conoscitivo sulla Storia e la Tecnica delle Costruzioni (e sulle storie e le tecniche specifiche), facilitando e raffinando ogni volta, man mano, la nostra capacità di interpretazione del singolo manufatto antico e, insieme, della mutevole ars ædificandi. Ad esempio, non va trascurato che spesso, negli edifici considerati minori o non rappresentativi, è più agevole riconoscere - ove vi siano - i segni di modesti ma significativi cambi di tecnica costruttiva o di materiali impiegati, dovuti ad improvvisazioni locali o individuali piuttosto che a disposizioni "dall'alto". Le "Raccomandazioni ..." hanno a mio parere un altro merito: la severità degli esami proposti e la sequenza delle operazioni suggerite potrebbero contribuire a far cessare o a ridurre drasticamente quel Trionfo dell'Ego che ha indotto (induce ancora) alcuni progettisti a mortificare l'oggetto antico sino a farne puro sostegno delle proprie soluzioni (spesso brillanti) o commistioni di materiali (spesso irreversibili). In altre parole, la raccolta di tanti preziosi suggerimenti (e non di "norme", che costituiscono un bel problema a parte), basati come sono sul semplice buonsenso potrebbe contribuire alla scomparsa del fenomeno noto come "restauro d'autore". Per finire, una sola preoccupazione (leggo che già altri l'hanno citata) circa un problema che la "Raccomandazioni ..." non prendono in esame, coerentemente con l'impostazione assolutamente etica e metodologica. Qualora si volessero realizzare tutti i suggerimenti ivi esposti, quale sarebbe l'aumento percentuale dei costi, già altissimi? Il nostro "mercato" del restauro e le nostre Autorità quanto sarebbero disponibili a favorire, anche sul piano economico e normativo, il raggiungimento dei nobili fini ora suggeriti?
Eugenio Galdieri
Architetto conservatore

lunedì 30/11/2009

Trovo il contenuto del capitolo VII in consonanza con quanto da vari decenni vado affermando (poco ascoltato!). D'altronde non vedo differenze concettuali - ai fini di un corretto approccio allo studio e poi, se necessario, al progetto conservativo o al miglioramento sismico - tra un "documento" edilizio "archeologico" e uno che, pur "antico", non può essere definito tale. Sono entrambi prodotti di "culture" costruttive non più attuali e, per questo, valgono le Vostre e altre Raccomandazioni. Sarebbe opportuno, secondo il mio punto di vista, non assumere in modo ideologico, tanto caro ai Funzionari delle Soprintendenze, valutazioni di condanna o di consenso nei confronti di materiali e tecniche che, al contrario, il solo specifico "caso" in esame può giudicare. Qui si potrebbe aprire quel grande portone sulla questione, che tanto ci sta a cuore, dell'utilità di Raccomandazioni o, peggio, di Norme; rivolte poi a chi? Se i Componenti del gruppo di lavoro sono "competenti" e capaci (non è una tautologia), le Raccomandazioni non servono e possono risultare ostativi; se sono incapaci, pur se competenti, le Norme (figuriamoci le Raccomandazioni) costituiscono un pedissequo aiuto - quasi manualistico e spesso a sproposito - a coprire l'ignoranza di fondo e costituire un ottimo alibi e scudo giudiziario. Comunque, complimenti agli Autori.
Antonino Gallo Curcio

giovedì 19/11/2009 17:45

Testo molto interessante e utile. spero ci sia un dibattito adeguato
Maria Giovanna Bianchi
Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
Via Donato Creti, 12 - 40128 Bologna; tel. +39 051 4151440; fax +39 051 4151499

mercoledì 11/11/2009 18.34

La lettura di queste preziose "Raccomandazioni" suscita un immediato senso di gratitudine nei confronti degli Autori: i quali non si sono sottratti all'ingrato compito di mettere su carta quanto la loro scienza e la loro esperienza ha suggerito e fatto comprovare in questo delicato campo di intervento. Così facendo, da un lato si sono offerti alle critiche di coloro (ed il loro numero cresce vieppiù) che intendono il restauro archeologico come un business qualsiasi. Ma, dall'altro, si sono resi benemeriti di quanti (ed ancora, nonostante tutto, ne esistono) nel conservare un monumento intendono preservare sia la storia sia la cultura. Al di là degli specifici argomenti che ordinatamente si susseguono nella trattazione, alcuni punti sembrano da notare particolarmente. Il ritorno, da parte dell'intervento attuale, alle regole vigenti ed osservate all'epoca, invece di realizzazione di quel costruito che si desidera conservare (p. 39) appare costituire il postulato storico di questo studio. Ne consegue direttamente un secondo argomento: del necessario coinvolgimento delle maestranze che si applicano a quel lavoro (pp. 58-59), così da garantirne un perfezionamento a regola d'arte. La materia si dovrebbe rifare ad apposite e specializzate scuole di formazione professionale, così come fu il pioneristico tentativo di Bruno Toscano a Spoleto. Quell'iniziativa non fu valutata degna di prosecuzione: come proposte, più di recente avanzate, non furono considerate degne di attenzione. Terzo argomento è rappresentato dalle regole dell'appalto (p. 59): la pagina ad esse dedicata pesa come piombo, se, com'è necessario, si vuole passare dalla teoria alla pratica del cantiere, e quindi al completamento dell'opera. Ma, anche a questo proposito, non sembra che la presente congiuntura sia la più favorevole a studiare regole più attente all'oggetto dell'intervento che ad astratte e farraginose norme, le quali tuttavia non impediscono né lavori fatti male né zone opache. Infine, una considerazione sulla siderale lontananza che intercorre tra la motivata esplicitazione del buon metodo, così come siamo grati a questi Autori, e la realtà operativa delle Soprintendenze. Appare arduo ritrovare in quest'ultime le risorse finanziarie, la quantità necessaria di quelle professionali tali da essere in grado di applicare, smpre ed ovunque come si vorrebbe, queste "Raccomandazioni". E, inoltre, alle Soprintendenze viene misurato, con sbirresca sollecitazione, anche il tempo: mentre, come ben si legge in queste pagine, il tempo dello studio è necessario sia tanto quanto deve essere, se si desidera poi conservare per le successive generazioni i monumenti della storia che abbiamo ricevuto dai nostri avi. Ma queste amare considerazioni non devono essere distorte per rassegnarsi all'andazzo corrente e quindi relegare queste "Raccomandazioni" nel "reparto sogni". Anzi: esse devono essere considerate un ulteriore supporto a richiedere più adeguate condizioni, risorse confacenti, rispetto per il lavoro compiuto, facilitazioni per lo studio. Insomma, se i Beni Culturali sono stati improvvidamente definiti il "nostro petrolio", che si cominci ad investire nella sostanza di essi (cioè nella loro conservazione effettuata secondo il buon metodo), anziché magnificarne solo a parole il loro inestimabile (?) valore.
Pier Giovanni Guzzo

lunedì 26/10/2009 14.31

Ringraziamenti
Gli Autori ringraziano vivamente tutti coloro che vorranno esprimere osservazioni, commenti e suggerimenti.
S. D'Agostino, Cairoli F. Giuliani, M.L.Conforto, E. Guidoboni