Riflessioni

L'archeologia è protagonista nelle occasioni di dibattito sui modi della tutela e della fruizione; il suo forte ruolo parte anche dalla marcata dimensione territoriale che possiede. Essa si confronta con la pressione antropica sul paesaggio e ciò la rende soggetta a forti istanze di trasformazione, affrontando anche l'urgenza di scelte cariche di conseguenze tanto per i cambiamenti socio-economici quanto per i connotati culturali della società.

Esiste una funzione di equilibrio paesaggistico a duplice verso: la gestione dei processi di trasformazione (tutela) e il loro indirizzo secondo valori culturali (valorizzazione), fornendo informazioni e chiavi interpretative della storia del paesaggio.

Musei e aree archeologiche si inseriscono in un sistema a scala locale proprio del ruolo dell'archeologia nella società. Le aree archeologiche sono addirittura porzioni di territorio e paesaggio che la sensibilità culturale dell'uomo ha perimetrato per conservare quanto in esse presente, determinando un tipo di paesaggio rappresentato, se non simbolico.

La società contemporanea, e di più in un Paese come l'Italia dove le tracce delle culture antiche sono enormi, avverte la tutela dei beni archeologici con un sentimento misto di orgoglio e compiacimento, spesso indotto, e però futile perché sentito riferirsi a realtà accessorie, di non vera importanza, e valido finché le conseguenze non si percepiscono invece con fastidio, collidenti col soddisfacimento dei bisogni della società, in particolare con i propri. Il compiacimento del fascino dei resti antichi termina bruscamente quando la loro presenza impedisce un'opera desiderata. Ancora si comprende la tutela dei reperti sensazionali, mentre si ritengono persino troppi tutti quelli salvati dalle Soprintendenze.

Invece, l'archeologia vorrebbe considerare il paesaggio importante da comprendere e tutelare nella sua complessa e dinamica integrità, nonostante l'azione del tempo, di prodotto complessivo delle azioni della natura e della cultura (o delle culture) dell'uomo, così che ogni eventuale modifica possa essere operata con piena consapevolezza.

L'atteggiamento sopra descritto nasce anche dalla poca e non convinta educazione al patrimonio.

Fornire strumenti educativi non mira alla tutela integrale, ma a diffondere la consapevolezza dei problemi derivanti dalle trasformazioni ed a far sviluppare la capacità, sempre in modo diffuso, di comprendere e gestire una prospettiva storica in cui il presente guarda al passato come guida per proiettarsi nel futuro. L’attività educativa svolta dagli Istituti periferici è intensa e anche questo sito inizia a darne adeguata documentazione.

In tale ottica, la fruizione consapevole è un'occasione privilegiata di conoscenza ed educazione, specie se sostenuta adeguatamente e inserita in reti di partenariato a lungo termine tra i vari soggetti coinvolti: organi ministeriali, famiglie, scuole (l'educazione non può che partire dai più giovani, ma senza limitarsi ad essi), enti locali, privati. Ciò permette di coniugare assieme la salvaguardia del patrimonio e lo sviluppo delle comunità locali.

Perché sapere dell'importanza di una cosa e del valore che si ottiene a fruirne motiva a tutelarla.

Si tratta quindi di una fruizione diffusa, capillare così come nella natura dei beni archeologici, che sono davvero presenti ovunque, sono vicini a ciascun cittadino.

Già da tempo la Direzione Generale persegue questo obiettivo, come testimoniano, ad esempio, la tavola rotonda "Educare all'antico: verso la fruizione diffusa" (Paestum, 20 novembre 2004) o il volume "Guida ai musei e ai siti archeologici statali " (Roma 2007) che ha voluto comprendere, oltre ai musei e siti con apertura regolamentata, anche tutti quelli fruibili nelle altre, articolate modalità (con accesso libero, a richiesta, previa prenotazione, tramite casiere o assuntore di custodia, ecc...) tipiche di un patrimonio così sparso nel territorio: in tal modo, il numero di luoghi presentati aumenta del 75%.

Naturalmente, le azioni da compiere per educare al patrimonio archeologico devono tenere conto della soggettività specifica che esso presenta. Anche questo è un punto sul quale la Direzione Generale si è interrogata sin dall'inizio della sua storia, come testimonia il convegno "Pratica della didattica per il patrimonio archeologico: esiste una specificità" (Roma, 8 maggio 2003).

Tale specificità può essere sinteticamente riconosciuta esistere nei seguenti termini.

  • Peculiarità del testo della comunicazione: conservazione che prescinde dall'estetica; forte interazione spazio-temporale tra oggetti e contesti; necessità di documentazione dei contesti.
  • Caratteristiche della scienza archeologica: classificazioni, tassonomie, ecc... che volgono a costituirsi indicatrici di realtà estinte; metodi sperimentali; affinità alle "scienze della Terra"; soluzioni museografiche con uso di materiali non originali.
  • Aspetti geografici: dimensione paesaggistica; ruolo nei sistemi territoriali dal locale al globale; funzione identitaria.
  • Interazioni etnoantropologiche: riferimento concreto alla cultura materiale; offerta di comparazioni tra epoche, civiltà e contesti geografici; ruolo sociale di documentazione storico-culturale del paesaggio; possibilità di approcci cognitivi a forte connotato antropologico.
  • Uso dei contesti: necessità di ricomposizione mentale di esteriorità passate; passaggio da contesti pertinenti ad analogici; sfruttamento di processi metacognitivi.

Negli ultimi anni, ormai decenni, si è guardato alle tecnologie digitali e agli strumenti ad esse legati per indagare la possibilità di averne validi supporti per l'educazione al patrimonio e per le aperture concettuali e metodologiche che possono comportare. La Direzione Generale è molto attenta a questi argomenti, partecipando anche a livello europeo, con propri contributi, al relativo dibattito.