Le ragioni dell'archeologia tra vandali e talebani

Non è facile, e non lo è mai stato, lavorare come archeologo al MiBAC e occuparsi di conseguenza della tutela del nostro patrimonio; questo vale a tutti i livelli, dal Direttore Generale alle Antichità, ai Direttori Regionali e ai Soprintendenti, ai funzionari, ai tecnici e, perché no?, anche agli addetti alla vigilanza che hanno a cuore il proprio lavoro e si trovano a costante contatto con il pubblico. Come più volte si è dichiarato si paga la scarsa chiarezza sulla natura stessa della nostra professione che esiste a livello di opinione pubblica, ma anche, il che è ancora più grave, a livello normativo.

Al di là delle notizie di carattere sensazionalistico su scoperte più o meno clamorose, con ritrovamenti di tesori e di tombe famose, è abbastanza raro che si parli di archeologia sui media per quanto riguarda l'attività ordinaria di tutela svolta dalle Soprintendenze, se si escludono gli allarmi, più o meno giustificati, per la conservazione di alcuni tra i più famosi monumenti. Questa attività si esplica, come hanno documentato le statistiche raccolte in occasione degli Stati Generali dell'Archeologia a Paestum, soprattutto in scavi d'emergenza e preventivi in occasione di lavori pubblici e privati (oltre 7000 contro le poche decine di scavi di ricerca programmata).

Di solito il controllo delle Soprintendenze ai Beni Archeologici sul territorio provoca reazioni, che si riflettono a livello di opinione pubblica, con due approcci completamente diversi, che, schematizzando, definirei, l'ottica dei "vandali" e quella dei "talebani" (mi si passino le iperboli).

Il primo atteggiamento è meno diffuso a livello pubblico, anche se non mancano esternazioni anche recenti, di solito a livello politico. Si potrebbe riassumere con poche e sbrigative affermazioni: gli archeologi (scilicet: della Soprintendenza) fermano e/o rallentano i lavori per ritrovamenti di modesta importanza, fanno crescere i costi delle opere previste e allungano eccessivamente i tempi della realizzazione. Anche se poco pubblicizzate, queste posizioni vengono quotidianamente espresse a vario livello non solo dai committenti delle opere che vengono sottoposte a controllo, ma anche dagli amministratori pubblici sul territorio. L'archeologia è vista semplicemente come un impedimento di cui liberarsi il più presto possibile, un "rischio" appunto, come inopinatamente si intitolano alcune carte archeologiche (ogni tanto ci si fa male da soli).

Esiste tuttavia anche la posizione opposta, quella dei "talebani" (definizione di Andrea Carandini); per costoro i beni archeologici sono un'entità che non può essere mai, o quasi mai, intaccata, forse (ma non è così chiaro) neppure con lo scavo. Non esiste quindi opera, pubblica o privata, che non possa essere annullata per la presenza di resti archeologici, sia pure di modesta consistenza. Si tratta di posizioni spesso strumentali, che utilizzano la pretesa tutela dei beni archeologici per interessi diversi, talora legittimi, legati a valutazioni di carattere ambientale o architettonico, talora meno, a difesa di interessi privati in contrasto con le opere da realizzare. Queste posizioni sono doppiamente pericolose, perché da un lato si basano su interpretazioni quanto meno parziali della normativa, che per quanto riguarda l'archeologia preventiva ha ora definito nelle linee generali le procedure per conciliare la tutela dei beni archeologici con la realizzazione dei lavori pubblici, dall'altro perché accreditano un'opinione comune (e ormai falsa) delle Soprintendenze come uffici con compiti esclusivamente di interdizione, incoraggiando di fatto l'elusione e la scarsa collaborazione da parte dei committenti e dei Direttori dei Lavori.

Sarebbe troppo facile concludere che un atteggiamento corretto è evidentemente quello intermedio, che cerca di conciliare le ragioni della tutela con quelle delle opere, secondo un buon senso che è comunemente impiegato da sempre dalla maggioranza dei Soprintendenti e dei funzionari del MiBAC. Ma voglio fare un discorso più ampio: alla base di ambedue queste posizioni sta una concezione del bene archeologico come qualcosa di circoscritto, che può essere delimitato e definito: un "parco", un'"area archeologica", un "sito".

La realtà è diversa e più complessa: nelle città è chiaro a tutti che non esistono singole realtà archeologiche, se non a livello di monumenti fuori terra. Esse "crescono su se stesse" sia in estensione che in elevato ed è quindi un problema di conservazione dei depositi archeologici. Nel territorio esiste una molteplicità di insediamenti che va dai villaggi preistorici, alle città antiche prive di continuità storica passando per fattorie, impianti produttivi, pievi, castelli..., disposti su più livelli e a differente grado di conservazione a seconda della profondità di giacitura: di molti di questi non abbiamo cognizione, di altri, troppo superficiali, restano solo tracce non sempre facilmente riconoscibili.

È quindi impossibile che lavori di scavo nelle aree urbane non intacchino depositi archeologici, mentre sul territorio le probabilità di incontrare testimonianze relative all'attività umana restano elevate. Il puro e semplice congelamento del patrimonio archeologico, in Italia come altrove, è in realtà del tutto irrealistico, mentre si deve pensare a come organizzare le indagini archeologiche, preventive e in corso d'opera, in accordo con le amministrazioni locali e ragionando su una strategia che indirizzi le scelte, che sono inevitabili, alla salvaguardia di ciò che merita di essere conservato e valorizzato. Importante è invece battersi perché lo scavo, dove necessario, avvenga nelle migliori condizioni, con archeologi professionali e venga edito in tempi ragionevoli.

La salvaguardia ad oltranza di situazioni archeologiche circoscritte spesso nasconde una scarsa conoscenza della realtà dell'archeologia contemporanea e rischia di farci tornare ad un'epoca, non poi così lontana, in cui si conservavano solo le belle statue, i pregevoli pavimenti e i reperti "significativi", e solo quando l'intervento della Soprintendenza non poteva essere proprio evitato in alcun modo.

Luigi Malnati

Gennaio 2012