Il ruolo scientifico delle Soprintendenze

Reduce da un impegnativo esame presso l'OIV (Organismo Indipendente di Valutazione), dalla lettura di alcune circolari della Funzione Pubblica e dall'attento esame delle modalità per la presentazione della documentazione ai fini della progressione economica, non posso esimermi da alcune riflessioni sulla funzione che gli archeologi e tutti coloro che lavorano in questo campo (restauratori, tecnici, amministrativi, addetti alla sorveglianza e alla valorizzazione...) sono chiamati a svolgere all’interno del MiBAC.
E’ un problema che riguarda certamente tutti i settori ma, dal momento che per principio io mi occupo solo di ciò che mi compete, voglio soffermarmi sugli archeologi che militano (perché di militanza si tratta) nelle Soprintendenze, nelle Direzioni Regionali, negli Uffici Centrali del Ministero, i funzionari ma anche i dirigenti e lo stesso Direttore generale, che non cessano, credo o spero, di essere archeologi.
Al di là di facili ironie sull'ottusità della burocrazia (si dimentica troppo facilmente che la burocrazia è frutto delle leggi che qualcuno ha scritto), sembra evidente che i compiti che vengono affidati e considerati vitali dalla gerarchia ministeriale, ma purtroppo anche da una parte dell'opinione pubblica, sono sostanzialmente due: un'azione di tutela ridotta ai meri procedimenti autorizzativi e di controllo (quasi poliziesco, e spesso echeggiante le grida di manzoniana memoria) e una valorizzazione che da capacità di trasmettere la conoscenza del patrimonio archeologico viene talvolta ridotta a puro fatto quantitativo (quanti biglietti e visitatori in più?), al di là della qualità culturale dell'offerta.
Nulla da dire: sia una funzione che l'altra - se correttamente intese - sono certamente indispensabili compiti dell'amministrazione dei beni archeologici. Sembra però che si stia perdendo cognizione di un'altra funzione, altrettanto vitale: il coordinamento dell'attività di studio e ricerca scientifica sul territorio. Anche nel Codice dei Beni Culturali troviamo diversi riferimenti in proposito: la tutela si attua sulla base di un'adeguata attività conoscitiva (art. 3, co. 1); la valorizzazione consiste nella disciplina delle attività svolte a promuovere la conoscenza (art. 6, co. 1), la conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio (art. 29, co. 1), e infine le ricerche archeologiche sul territorio sono riservate al Ministero (art. 88, co. 1).
Nel passato, anche recente, il ruolo di promozione scientifica da parte degli archeologi del Ministero è stato importantissimo. Senza parlare dei colleghi che da poco hanno lasciato i ruoli attivi, basterà citare esempi illustri: che sarebbe dell'archeologia in Basilicata senza Dinu Adamesteanu, della Sicilia senza Luigi Bernabò Brea, del Veneto senza Giulia de' Fogolari? Ho ricordato solo Soprintendenti, ma non perché tra i funzionari manchino personalità significative; semplicemente l'elenco diventerebbe troppo lungo e parziale. E' triste invece considerare che molti di questi colleghi sono poi transitati nei ruoli universitari, proprio per le difficoltà incontrate nel coniugare all'interno del Mibac interessi scientifici, attività di tutela e soddisfazione economica.
Appartengo ad una generazione fortunata, entrata massicciamente (relativamente ai numeri!) in questo Ministero; è una generazione che ha avuto grandi occasioni per migliorare le cose anche da questo punto di vista, e che ne ha sprecate molte.
Ora sembra di assistere a una battuta d'arresto. C'è un forte senso di isolamento entro i propri confini regionali, favorito dall'organizzazione stessa del ministero; c'è un rifiuto delle competenze specifiche di carattere disciplinare e cronologico, perché sono venuti meno i concorsi specialistici (e non per caso!). Viene così favorita la tendenza, sempre esistita e sempre da combattere, del funzionario feudatario (se dirigente), vassallo o valvassino (se direttivo), padrone del proprio territorio e - si fa per dire! - onnisciente, con tutte le possibili degenerazioni del caso.
Credo sia il momento di reagire a questa deriva e fare in modo che i migliori elementi tra i funzionari “anziani”, quelli che hanno ancora motivazioni e voglia di fare, promuovano iniziative scientifiche a vasto raggio, creando un ponte con i giovani archeologi appena entrati. Ciò, avvalendosi dell'esperienza e della volontà di quelle generazioni intermedie, limitate di numero, ma temprate da una dura selezione scientifica e professionale, nonché da proficue esperienze in ambito accademico e nei cantieri che a partire dagli anni Ottanta proprio la nostra generazione ha avviato. E' indispensabile però che a questo processo di riqualificazione scientifica diano il loro appoggio non solo le forze più avvertite della ricerca universitaria ma anche quella nuova categoria di archeologi, i professionisti, che unicamente da un rilancio della qualificazione scientifica del funzionari del Ministero e, più in generale, del “mestiere di archeologo” potranno ottenere la giusta collocazione nel mondo del lavoro.  

Luigi Malnati