La restituzione dei beni culturali: problemi etici e giuridici

Cedo in questa occasione la parola a Paolo Giorgio Ferri, magistrato e consulente giuridico della Direzione Generale per le Antichità, che ha dedicato una parte importante della propria attività alle indagini e alle istruttorie nazionali ed internazionali per la repressione del commercio clandestino del materiale archeologico, con risultati veramente eccellenti e ben noti sia in campo specialistico sia alla stampa e al pubblico colto. Abbiamo chiesto al dott. Ferri di tracciare in forma sintetica un bilancio critico della tematica delle “restituzioni” del materiale archeologico esportato clandestinamente, valutandone non solo le implicazioni di carattere giuridico internazionale ma anche le ragioni di opportunità e il contesto culturale in cui queste operazioni si devono collocare. Le opinioni del dott. Ferri sono da me del tutto condivise.

                                                                                                                                   Luigi Malnati

Nell’affrontare il tema delle problematiche concernenti la restituzione dei beni culturali, va da subito sottolineato come esse siano al centro di molte delle Raccomandazioni formulate dallo “United Nations Economic and Social Council”, il quale ha più volte invitato gli Stati Membri a stipulare accordi internazionali volti a migliorare e a semplificare le procedure riguardanti “the return or, as appropriate, the repatriation, or the restitution of stolen cultural property to its rightful owner”. Analoghi sforzi sono stati e vengono compiuti dall’UNESCO, pure attraverso lo “Intergovernmental Committee for Promoting the Return of Cultural Property to its Countries of Origin or its Restitution in Case of Illicit Appropriation”, i cui mandati dovrebbero essere ampliati almeno per evitare le lungaggini ed i costi veramente proibitivi delle liti in ambito giudiziario. A tal punto che sovente il legittimo proprietario finisce per rinunciare ai suoi diritti, finendo però per convalidare la condotta illecita alla quale non si è doverosamente opposto.

Per dare soluzione ai tanti problemi giuridici, sociali, etici e politici che vengono sollevati ogni qualvolta la lite concerne un bene culturale, si può anche fare ricorso allo International Council of Museums” (ICOM) ed ai suoi programmi di mediazione allorché la disputa sia tra due Istituzioni museali; ma se la lite coinvolge altri soggetti non vanno dimenticati il ruolo e le competenze dello Art-Law Centre di Ginevra. Non solo. Va pure ricordato come attualmente si progetti la formazione in ambito UNESCO di un database che raccolga casi ed esperienze che concernono la restituzione di beni culturali, in modo da evidenziare soluzioni alternative e/o creative che potranno costituire linee guida, specie in caso di negoziati difficili o che risultino bloccati.

Invero, come già in parte indicato, le controversie riguardanti la restituzione di beni culturali hanno precise peculiarità che possono così essere riassunte:

1) coinvolgono una varietà non omogenea di parti, talora pubbliche e tal’altra private, quali Stati, Comunità Indigene, musei, artisti, case d’aste, collezionisti, commercianti, galleristi, e molti altri;

2) possono avere origine contrattuale (ad esempio, da vendita, da prestito, da rapporto assicurativo) e non contrattuale (da atto illecito, quale il furto, lo scavo clandestino, l’esportazione clandestina e/o illegale);

3) hanno ad oggetto interessi di varia natura, non solo legali e/o economici, ma spesso pure di ordine culturale, emotivo/affettivo, etico, storico, morale, politico, religioso e/o spirituale;

4) non richiedono sempre e comunque un verdetto finale che dichiari una parte soccombente e l’altra vittoriosa; ed anzi spesso propongono di scongiurare tali decisioni, sovente controproducenti per gli interessi in gioco;

5) hanno sempre più un respiro internazionale e tale ultimo aspetto rende tali dispute particolarmente onerose sotto il profilo economico e per quanto riguarda i tempi di loro soluzione. Non solo. Si debbono risolvere complicati conflitti ordinamentali e legislativi, con alto rischio di sentenze controverse e contraddittorie, proprio perché la materia è lungi dall’avere una legislazione unificata o almeno omogenea ed armonica.

Al riguardo, va anche sottolineato come tra i due estremi verdetti (di restituzione accolta o al contrario rifiutata) vi possono essere molte altre opzioni, non tutte peraltro a mio avviso positive. Così, per esemplificare, in materia di beni culturali si può ricorrere a prestiti di lungo termine, a diritti di comproprietà, a scambi di oggetti, a depositi, a progetti di ricerca comuni o ad esibizioni congiunte volte ad esaltare il valore di un dato bene, fino alla predisposizioni di repliche od immagini virtuali dell’oggetto conteso (al riguardo la 34ª sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO, tenuta nel 2007, ha definitivamente condannato tale ultima soluzione, proprio perché la Comunità internazionale considera jus cogens il diritto di tutti i popoli alla restituzione di quella proprietà culturale che è parte della loro identità). Taluno arriva addirittura - ma opportunamente - a richiedere che l’UNESCO classifichi taluni beni culturali come “tesori” internazionali, obbligando i soggetti interessati a presentarli alle esibizioni; così da evitare gelosie ed accaparramenti, avanzando il valore economico e culturale del bene e promovendo scambi di conoscenze rispetto al nostro “common human heritage”.

Tuttavia, tutte queste soluzioni possono in pratica essere realizzate solo se esse sono basate su norme internazionali comuni, convenzioni bi-multi-laterali alla cui ratificazione oramai nessuno Stato si può più sottrarre per non rimanere isolato, vale a dire almeno al di fuori del circuito dei prestiti e degli scambi. E lo sviluppo di questa “integrazione culturale” consentirà di abbattere i vantaggi economici del traffico illecito ed in ultima analisi i profitti dei criminali i quali, com’è noto, a causa dell’elevata domanda, propongono ogni sorta di bene senza alcuna remora rispetto alla loro illecita provenienza, arrivando pure a falsificarli.

Al riguardo, va sottolineato come le recenti proposte italiane, anche giudiziarie, non scaturiscono affatto da un malcelato nazionalismo di tipo culturale. Proponendo una nuova politica di prestiti anche di lungo termine (quattro anni rinnovabili), accompagnata da azioni di recupero in sede civile e penale, le Autorità del nostro Paese vogliono così contrastare la criminalità di settore che ovviamente non può essere contenuta con risposte di tipo solo giudiziario, proprio perché risulta assai difficile un controllo capillare di un “territorio culturale” vasto e ricco quale è quello italiano. Non solo. Non vi sarà in futuro più alcuna possibilità di ripetere quelle condotte da parte di curatori di importanti musei i quali non dovrebbero più trarre motivo di vanto, ovvero assegnare un compito educativo a beni culturali che siano frutto di furto, di danneggiamento, di saccheggio di aree archeologiche e dei relativi contesti, di attività coloniali comunque predatorie. Di conseguenza, le richieste di restituzione e le proposte di prestito hanno un unico fine preventivo, al di là della portata di quanto recuperato e/o dato in cambio: il contrasto alla criminalità di settore ed ai suoi associati e/o “fiancheggiatori”. Non sono infatti immaginabili risultati di maggiore rilievo. Gli oggetti di valore archeologico, una volta resi, difficilmente potranno essere ricontestualizzati, trattandosi di beni per lo più muti e di valore solo estetico; e quelli prestati al pari di quelli trafugati sono ambasciatori della cultura italiana. Ma con un maggiore e differente valore preventivo che è pari solo alla provenienza lecita e conosciuta del bene.     

Va anche detto che questo “new italian deal” trae vantaggio da quel recente trend dei musei la cui missione educativa sembra indirizzata non più ad acquisire beni in proprietà, ma verso l’organizzazione di mostre specifiche e tematiche di beni culturali. Come se una nuova visione della cultura stia alterando quel senso di universale possesso che governava fino a poco tempo or sono la creazione dei musei e la loro “collecting mania”. Mentre ora si ripropone quella che era l’originale vocazione museale di spazi destinati alle espressioni, allo scambio ed al dialogo culturale.

In conclusione vorrei sottolineare come - nonostante il dictumars grata legi” e tutti i procedimenti penali avviati - l’approccio etico sia più appagante di quello strettamente giuridico, sia con riferimento alla restituzione dei beni culturali, sia ovviamente per un migliore dialogo tra curatori di istituzioni scientifiche e culturali. Invero, salve rare eccezioni, è ben difficile raccogliere sufficienti prove della malafede di curatori o collezionisti in genere; mentre è agevole dimostrare la “unethical provenance” del bene culturale illecitamente commercializzato. Inoltre, ogni rivendica in sede giudiziaria blocca le occasioni di dialogo tra le parti interessate.

Tutto questo impone di sollecitare trasparenza ed una ridotta conflittualità nel trattare richieste di restituzione di beni culturali, essendo opportune soluzioni “etiche” piuttosto che basate su argomenti di solo rilievo tecnico-giuridico. E comunque, pure in tale ambito, in caso di dubbio, dovrebbe essere favorito il proprietario privato del possesso: mutatis mutandis, si potrebbe fare ricorso ai principi stabiliti dalle Conferenze di Washington e di Praga, quelle tenute nel 1998 e nel 2009 per affrontare le tematiche riguardanti i beni confiscati dai nazisti. È infatti noto come la rimozione dei beni culturali appartenenti ad un popolo sottrae ad esso la sua identità e la sua “psiche collettiva”; ed in questa ottica dovrebbe essere affermato che il diritto al patrimonio culturale costituisce un fondamentale diritto della persona e la sua violazione parziale o totale deve essere intesa al pari di quella portata ai fondamentali diritti umani.    

Paolo Giorgio Ferri