Archeologia preventiva: istruzioni per l'uso

La circolare 10/2012 di questa Direzione ha affrontato in modo sistematico il tema dell'archeologia preventiva, ormai da diversi anni al centro dell'attenzione degli archeologi che operano sul territorio e, più recentemente, anche di quelli che sono attivi nelle università e negli istituti di ricerca.

Scopo della circolare è non tanto quello di affrontare nuovamente la questione normativa, quanto di definire con precisione le procedure che devono essere messe in atto, sulla base degli articoli di legge esistenti, con particolare riguardo alla fase più avanzata del procedimento, quella cioè che per legge (art. 96 del Codice dei Lavori Pubblici) spetta alle Soprintendenze e che riguarda essenzialmente l'esecuzione di saggi e scavi in estensione. Proprio per questo motivo la Direzione Generale, supportata dalla consulenza dell'Ufficio Legislativo, ha individuato nello strumento normativo della Circolare quello più idoneo a definire e diffondere le nuove disposizioni.

La circolare, molto dettagliata, affronta nella sostanza il problema dell’organizzazione di scavi d'emergenza finanziati da enti pubblici esterni al MiBAC e diretti dal personale scientifico delle Soprintendenze archeologiche. Ma, al di là delle procedure previste e delle interpretazioni normative, quali sono gli obiettivi che si intende perseguire?

Uno dei punti qualificanti è costituito dal fatto che le Soprintendenze dovranno approvare dei veri e propri progetti relativi alle operazioni di scavo archeologico che si rendono necessarie per la realizzazione di un'opera. Sarà quindi possibile valutare la congruità dei costi e della tempistica prevista per gli scavi, rifiutando proposte non compatibili con la qualità del lavoro. Tale misura è stata resa necessaria dalla situazione del mercato archeologico, all’interno del quale la qualità dei lavori, assegnati sulla base delle offerte “al massimo ribasso”,  sta creando seri problemi non solo alla dignità di imprese e professionisti impegnati nel settore, ma anche alla capacità dei funzionari archeologi di controllare il livello scientifico degli scavi.

È evidente che l’intervento diretto delle Soprintendenze nel controllo della qualità delle progettazioni in campo archeologico se, da un lato, garantisce da valutazioni della committenza spesso attente solo agli aspetti economici, dall'altro comporta una forte assunzione di responsabilità. Ciò significa che il committente si aspetta che tempi e costi di un progetto di scavo archeologico approvato dalla Soprintendenza vengano rispettati e che le eventuali varianti in corso d'opera dovranno essere giustificate e motivate con grande accuratezza. Del resto, se non si fosse in grado di arrivare a progettazioni attendibili a che servirebbe l'archeologia preventiva?

L'altro risultato di rilievo che ci si attende dall'applicazione della circolare è il riconoscimento definitivo dell'esistenza di un'archeologia professionale in Italia, costituita tanto da imprese che si occupano di archeologia in modo prevalente e specializzato, quanto da professionisti abilitati, con ruoli ben definiti e tutelati.

Si prende quindi atto che il nuovo Regolamento per i Lavori Pubblici definisce, quali requisiti minimi del Direttore Tecnico d'impresa per scavi archeologici, il conseguimento di una specializzazione o di un dottorato nel settore e, nello stesso tempo, precisa i rapporti tra questa figura ed i funzionari della Soprintendenza, anche per quel che concerne l’edizione scientifica preliminare degli scavi. È questa in effetti la sfida più importante che gli archeologi impegnati nell'attività di tutela devono vincere: se i dati degli scavi non saranno resi pubblici in tempi accettabili, tutto il lavoro sarà, di fatto, inutile.

Siamo sufficientemente realisti per sapere che l'applicazione di queste procedure non sarà né automatica né facile: troppe sono le resistenze dovute ad abitudini inveterate oltre che ad interessi precostituiti. Tuttavia, se le Soprintendenze sapranno avvalersi delle opportunità che la circolare 10/2012 offre, avremo la possibilità di garantire standards qualitativi di livello adeguato e, finalmente, una omogeneità di comportamenti e di prassi operative, sino ad ora assai poco praticata sul territorio nazionale e di cui si sente estremo bisogno.

L’importante è muoversi, anche gradualmente, nella direzione giusta.

Luigi Malnati