Mettere in mostra per dimostrare

Presso il Museo Archeologico Nazionale di Palazzo della Pilotta si è aperta, in questi giorni, la mostra archeologica dedicata alle “Storie della prima Parma”. La Direzione Generale per le Antichità si è trovata coinvolta direttamente nell’organizzazione dell’evento a seguito degli impegni che avevo assunto quando ero Soprintendente Archeologo dell'Emilia Romagna. Ma, al di là dell'eccezionalità della circostanza, l'esposizione di Parma presenta in effetti alcuni aspetti che la proiettano, da un ambito prettamente locale, ad evento con valenza nazionale: tra le mostre di carattere archeologico allestite negli ultimi tempi si segnala, infatti, come emblematica di un modo nuovo di intendere l'archeologia e, soprattutto, di presentare al pubblico il lavoro delle Soprintendenze.

Naturalmente non si tratta di un caso del tutto isolato: negli ultimi due anni anche in altre Soprintendenze sono state realizzate iniziative che hanno posto al centro dell'attenzione del pubblico l'esito di scavi recenti e l'attività degli uffici di tutela, ma si tratta di casi limitati (meno di 10 mostre, sulle 50 elencate in questo sito, sono, talvolta solo parzialmente, dedicate a questi temi).

Prevalgono le esposizioni imperniate su alcune opere o su singoli rinvenimenti di particolare richiamo e suggestione, talvolta con scelte tematiche molto felici, come nel caso della Mostra su Costantino a Milano o su Roma Caput Mundi.

Al di là dell'indubbio significato divulgativo e, nei casi più riusciti, anche scientifico di queste iniziative, dobbiamo però chiederci se sia efficace l'immagine che esse danno dell'archeologia, del suo significato come disciplina nonché del lavoro che viene svolto quotidianamente dalle Soprintendenze e dagli archeologi professionisti. Spesso, infatti, le opere esposte, pur se eccezionali, vengono presentate al di fuori del contesto di scavo, anche quando questo è noto, in quanto portatrici di un messaggio intrinseco, di carattere estetico e culturale.

A Parma si è fatta una scelta diversa. A parlare sono i risultati degli scavi, esposti nel loro complesso e utilizzati per illustrare le “storie” della Parma etrusca, di quella gallica e della colonia romana di età repubblicana. Tra gli obiettivi della mostra vi è la volontà di dimostrare che il lavoro delle Soprintendenze per i Beni Archeologici, grazie al continuo controllo del territorio e agli interventi di archeologia preventiva e d'emergenza, se opportunamente indirizzato e valorizzato, può corrispondere anche ad una precisa strategia scientifica.

Anche la forte tematizzazione dei contesti di scavo esposti, ciascuno scelto a rappresentare emblematicamente uno specifico aspetto della vita quotidiana e spirituale di un determinato periodo storico e pertanto 'rappresentato' da una precisa selezione del materiale archeologico, mira a raccontare e a contestualizzare, ed è resa più efficace dal precedente lavoro di studio di tutti i contesti e dall'individuazione del portato storico di ciascuno di essi.

Lasciando alle successive e imminenti pubblicazioni integrali degli scavi il compito di illustrare su un piano più strettamente scientifico le importanti novità emerse, l'ulteriore scelta fatta per la mostra va nel senso del rendere il pubblico – anche quello dei non specialisti – il più possibile partecipe di tali novità. A ciò contribuisce soprattutto l'allestimento, che mira a ricostruire le situazioni di scavo e gli ambienti culturali, più che a valorizzare singoli oggetti 'traducendo' in maniera evidente e immediata il lavoro di interpretazione compiuto dagli archeologi.

La capacità di coniugare gli aspetti scientifici con una divulgazione di buon livello, se contribuisce a sfumare l'aura romantica che nell’immaginario collettivo circonda la figura dell’archeologo, serve a restituire il giusto valore a questa professione, rendendo chiare le vere finalità della nostra disciplina.

Luigi Malnati

Gennaio '13