Edizioni di archeologia e editoria "archeologica"

Negli ultimi anni - e sempre più frequentemente - si sono moltiplicate, anche da parte di voci autorevoli del mondo della ricerca, le richieste di una regolamentazione che consenta la diffusione dei dati archeologici prodotti nel corso di scavi, ricerche relative all'archeologia preventiva, indagini a carattere topografico e così via.

Viene richiesto che tali dati, che sono in effetti “pubblici”, siano resi disponibili e si discute tanto delle modalità di diffusione quanto dei limiti e delle cautele necessarie per garantire la tutela dei beni.

Molto meno considerato è invece il problema dell'edizione scientifica dei numerosi scavi che le Soprintendenze per i Beni Archeologici effettuano nell’ambito delle loro competenze, (ad esempio, in applicazione della normativa sull’archeologia preventiva o in interventi di emergenza), nonché di quelli, meno frequenti ma che comunque raggiungono un numero considerevole, condotti a scopo di ricerca.

Le modalità di pubblicazione degli scavi archeologici vanno, in effetti, da quelle estremamente sintetiche, raccolte in rassegne a stampa od on line, a quelle, all'opposto, che prevedono un’edizione sistematica, completa della rassegna dei reperti di solito divisi per classi tipologiche. Queste raccolte, spesso in più volumi, sono in realtà divenute sempre più rare negli ultimi trent’anni. Si potrebbe dire, semplificando o, se si vuole, banalizzando, che si passa da un estremo all'altro, cioè da informazioni molto limitate, che potrebbero a quel punto essere riassunte con poche informazioni a livello statistico (come si è cercato di fare in questo sito) a edizioni estremamente dettagliate, utili solo agli specialisti del settore.

In realtà però la grande maggioranza degli scavi condotti negli ultimi decenni resta sostanzialmente inedita ed i dati giacciono negli archivi delle Soprintendenze, delle Università concessionarie e talvolta, purtroppo, in archivi personali: si tratta di documentazioni che invecchiano velocemente, perché si perde la memoria degli autori degli scavi, perché si perdono sovente le carte, perché i supporti informatici non aggiornati diventano illeggibili.

Questa Direzione ha cercato, con la circolare sull'archeologia preventiva (n. 10/2012) di dare risposta a questa esigenza, prevedendo che nelle progettazioni degli scavi una quota non inferiore al 10% del budget venga riservata all'edizione preliminare, cioè ad una sintesi esaustiva delle diverse fasi cronologiche, corredata da un primo studio relativo, quantomeno, ai reperti più considerevoli sotto il profilo storico artistico e più prettamente archeologico. Il modello è quello delle Notizie degli Scavi di Antichità o, meglio, dei Monumenti Antichi dei Lincei.

Tuttavia è forse il caso che ci si pronunci sul tema dell'editoria archeologica più in generale: se consideriamo il numero delle riviste e delle collane pubblicate in questi anni il settore sembrerebbe in ottima salute rispetto al passato. Ma siamo certi che questa proliferazione sia un segnale positivo? In realtà pare che ogni Dipartimento Universitario (ma forse, meglio, ogni singolo docente), ogni Soprintendenza, ogni Istituto di ricerca pubblichi il proprio notiziario o la propria rivista. Il problema è che molto raramente queste iniziative editoriali riescono a mantenere la periodicità e ciò crea situazioni di forte disagio per le biblioteche specializzate che non sono in grado di gestire continuativamente gli scambi anche con gli interlocutori scientifici internazionali.

Una particolare attenzione andrebbe poi dedicata alla veste editoriale che dovrebbe essere adeguata alle finalità di una pubblicazione scientifica, ben diverse da quelle dei libri d’arte che richiedono, ad esempio nella resa dell’apparato fotografico, un ben più elevato livello qualitativo. Evito di parlare dei prezzi delle edizioni scientifiche in circolazione, spesso tali da consentire una diffusione limitata a poche istituzioni ed ormai, forse, neppure a quelle. In sostanza, siamo in presenza di un mercato editoriale che non è dedicato all'archeologia, ma è “archeologico” nei meccanismi e lontano dalle effettive necessità del settore e dal pubblico cui si rivolge.

 

Sarebbe forse auspicabile arrivare ad una semplificazione, che garantisca un numero contenuto di riviste, specializzate in specifici ambiti di ricerca archeologica o dedicate ad un territorio particolare, ma con una periodicità certa e autorevole. Il che non vuol dire ridurre il numero delle pubblicazioni, ma semplicemente razionalizzarle. Per esempio, anziché far uscire in due anni 4 numeri di quattro diverse riviste o collane di archeologia fenicio-punica, pubblicare 4 numeri di un'unica rivista semestrale: con un comitato scientifico adeguato si guadagnerebbe in autorevolezza.

Sono portato a pensare che la proposta non sarà facilmente perseguibile in ambito universitario, dove ormai le autonomie prevalgono, ma perché non tentare di rilanciare l'eroica avventura delle Notizie degli Scavi con criteri aggiornati ed efficienti, affiancando al Bollettino d'Archeologia on line uno strumento editoriale specifico? Ancora una volta l'unione delle risorse umane e materiali potrebbe essere la risposta vincente.

                            Luigi Malnati

Giugno '13