Una nuova iniziativa di collaborazione con un Museo americano

L’attività dei ricercatori clandestini in Italia è purtroppo cosa endemica; i “tombaroli” hanno in passato saccheggiato intere necropoli, specie in Magna Grecia e in Etruria, ma non solo: i reperti provenienti dai furti di materiale archeologico hanno incrementato non solo le collezioni private estere (e purtroppo anche italiane), ma pure le raccolte di importanti musei stranieri. Negli ultimi anni l’opera attenta e indefessa delle nostre forze dell’ordine, e in primo luogo dell’Arma dei Carabinieri, della diplomazia, ma anche dei nostri funzionari archeologi, dei nostri consulenti giuridici, della magistratura e dell’Avvocatura di Stato ha consentito non solo di ottenere importanti e significativi recuperi, ma anche di avviare importanti accordi con i musei stranieri, in particolare degli Stati Uniti, per bloccare sul nascere futuri acquisti incauti. Si tratta di far capire, innanzi tutto all’opinione pubblica, che il principale danno prodotto dagli scavi clandestini è la perdita del contesto di ritrovamento, ciò che neppure il successivo recupero dei reperti potrà mai restituire.

Jeannette Papadopoulos, dirigente del Servizio III, che è stata protagonista di molte di queste operazioni, ci illustra il significato delle ultime esposizioni in corso.

                                                                                  Luigi Malnati

 

In questi giorni, in attuazione di un Accordo bilaterale sottoscritto il 22 ottobre 2013 tra il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ed il Museum of Art di Dallas, Texas, viene esposto al pubblico americano, accanto a sei reperti formalmente restituiti all’Italia a seguito di negoziato, un piccolo complesso di reperti archeologici relativo ad un corredo funerario del V secolo a.C., pertinente alla tomba 512 della necropoli di Spina, Valle Trebba.

Spina, tomba 512: schizzo al momento dello scavoLa tomba 512, scavata nel 1926, fu rinvenuta saccheggiata; ciononostante essa ha restituito un corredo molto ricco, anche se in gran parte frammentario.

 

Spina, tomba 512: schizzo eseguito al momento dello scavo

 

Il materiale più significativo è costituito dalla ceramica attica, rappresentata da diversi esemplari databili tra il 470 e l’ultimo decennio del V sec. a.C., che rimandano alla pratica del banchetto. A tale aspetto si ricollega anche la cimasa di candelabro di bronzo raffigurante un atleta nudo. Del vasellame in bronzo che faceva parte del servizio non restano che pochi frammenti.

Erano inoltre presenti oggetti di toletta e per la cura del corpo (due fibule in argento del tipo Certosa, un ago in pasta vitrea, alabastra in alabastro per ungenti profumati).

Tra gli elementi del corredo, conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, sono stati selezionati quelli in migliore stato di conservazione e quelli maggiormente rappresentativi, con un duplice intento. Fornire un panorama sulle diverse componenti che caratterizzano una deposizione funeraria in una città di epoca classica che testimonia l’incontro di due civiltà, quella etrusca e quella greca; ed illustrare, proprio attraverso il materiale rinvenuto, i molteplici significati che emergono dalla documentazione di scavo.

Spina, tomba 512: cratere attico con il mito di Teseo e SinisSpina, tomba 512: oinochoe attica attribuita al Pittore di Shuvalov

 

Spina, tomba 512: cratere attico raffigurante il mito di Teseo e Simis

 

 

 

 

 

 

Spina, tomba 512: oinochoe attica attribuita al Pittore di Shuvalov

 

 

Per incoraggiare i musei stranieri a restituire opere sottratte in passato dal territorio italiano ed evitare in futuro acquisti incauti, il Ministero ha avviato da anni una politica di prestiti a lunga scadenza; la recente modifica della normativa consente ora prestiti fino ad un massimo di otto anni, nell’ambito di accordi culturali stipulati in regime di reciprocità.

Fin dai primi accordi conclusi nel 2006-2007 per la restituzione di oggetti archeologici, il Ministero ha cercato di favorire il prestito di opere inserite nel proprio contesto di rinvenimento, con l’intento di ampliare lo sguardo dal singolo oggetto, per quanto straordinario, al suo significato più ampio di documento storico, il cui valore si arricchisce del significato di ogni altro elemento che quel contesto caratterizza.

L’iniziativa ora attuata nel Museum of Art di Dallas, grazie all’interesse del suo Direttore, Maxwell Anderson, e grazie alla disponibilità dei colleghi della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, potrà mostrare al pubblico americano quante storie si possono raccontare da un gruppo pur ristretto di oggetti. Essi sanno illustrare, nel microcosmo di un corredo funerario, le implicazioni storiche, la fitta rete di contatti, commerci, ideologie che lo scavo archeologico, lo studio e la interpretazione dei dati restituiti sono in grado di evidenziare.

 

Piccoli passi che si assommano ai più eclatanti risultati degli anni scorsi, maturati sulla scorta dell’intensa attività dell’Autorità Giudiziaria, del proficuo coordinamento tra le diverse Amministrazioni impegnate accanto al MiBACT e al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale nel contrasto al devastante fenomeno dello scavo clandestino e dell’esportazione clandestina (Avvocatura Generale dello Stato, Ministero degli Affari Esteri, Guardia di Finanza) e sulla scia delle numerose iniziative promosse fin dagli anni ’90 dalla comunità scientifica italiana e internazionale per sensibilizzare prima di tutto il mondo degli studiosi e per favorire nuove forme di collaborazione scientifica e culturale che, almeno per le grandi istituzioni museali, potessero attenuare la domanda sul mercato antiquario.

Da parte degli addetti ai lavori, che ben conoscono la problematica e si impegnano in prima persona nella difesa di interi territori esposti a danneggiamenti di ogni genere, è necessario educare la società civile che frequenta con interesse musei ed esposizioni temporanee ed arrivare al più presto a sensibilizzare anche chi non frequenta con regolarità i luoghi della cultura.

Poche settimane fa si è aperta a Londra alla Tate Britain una interessante mostra dal titolo Art under attack: histories of British iconoclasm che illustra e approfondisce il fenomeno dell’aggressione alle opere d’arte negli ultimi cinque secoli, dovuto a motivi principalmente religiosi, politici o estetici.

Osservazioni ugualmente interessanti ha fatto Piero Guzzo in relazione al saccheggio di opere d’arte o alla spoliazione di monumenti dall’antichità fino ai nostri giorni: da sempre, oltre che occasione di notevole arricchimento pecuniario, strumenti di affermazione politica (P.G. Guzzo, Traffico di oggetti d’arte tra passato e futuro, in ACl, LVII, n.s. 7, 2006, pp. 557-565).

Sarebbe interessante riflettere sul perché l’opinione pubblica si indigni tanto per un atto vandalico su un’opera d’arte ma resti pressoché indifferente davanti ad un vaso antico o un altro oggetto archeologico sottratto al proprio contesto con la violenza dello scavo clandestino che distrugge, spesso senza possibilità di recupero, una serie di informazioni stratigrafiche e di associazione, a volte perfino strutture o reperti di scarso valore sul mercato.

Forse perché non si conoscono bene le fonti di approvvigionamento finora utilizzate dai grandi musei o perché la tradizione di studi antiquari a lungo imperante, che ha determinato il fiorire di un collezionismo tipologico ancora oggi in voga, giustifica l’apprezzamento, privo di sensi di colpa, di reperti archeologici decontestualizzati, o ancora perché si sottovaluta, o peggio ancora non si valuta negativamente, la logica criminale dell’arricchirsi illegalmente, ma senza grandi rischi effettivi, che è alla base dello scavo clandestino e del commercio illegale di reperti archeologici: un giro di affari secondo solo al traffico di droga e armi.

I media sembrano avere delle responsabilità. La sensibilità comune verso le problematiche dei beni culturali risente molto delle modalità di comunicazione. Questa è troppo spesso basata sul sensazionalismo o su chiavi evocative dal forte potere di seduzione ma povere di contenuti reali e quindi incapaci di incidere la sfera etica.

Le mostre che hanno in questi anni esposto e pubblicizzato i tanti nostoi, opere recuperate grazie alle indagini dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, o quelle restituite in seguito a lunghi negoziati con i principali Musei o con alcuni collezionisti americani, hanno richiamato sul problema l’attenzione del pubblico non solo italiano. Basti pensare alla esposizione organizzata nel 2012 a Parigi in occasione del Quarantesimo anniversario della Convenzione Unesco del 1970.

Di recente, nell’ambito della mostra tuttora esposta a Castel Sant’Angelo, Capolavori dell’ Archeologia, si è concordato con gli organizzatori di poter affiancare ai recuperi eccellenti una sezione apposita, con l’intento di mettere a confronto pochi casi esemplificativi di rinvenimenti straziati da interventi clandestini accanto ai risultati di una ricerca regolare, nella ferma convinzione che è necessario educare il grande pubblico alla comprensione del contesto storico originario, la cui conservazione integrale - garantita da uno scavo scientificamente corretto e metodologicamente accurato - restituisce una messe di informazioni che possono arricchirsi nel tempo di sempre nuovi significati e che è fondamentale per la comprensione della storia e dell’identità delle comunità.

Ci auguriamo che con l’iniziativa di Dallas, innovativa nel quadro dei prestiti finora concessi oltremare, un altro tassello sia stato aggiunto alla costruzione di un sistema di circolazione sostenibile dei beni archeologici.

 

Jeannette Papadopoulos